venerdì 11 febbraio 2011

Intervista a Valentino Campo (rilasciata al bene comune)

  1. Partiamo dal titolo “L’arte di scavare pozzi”, titolo che ha un suo fascino straordinario. Vuoi spiegarlo?

Il titolo prende spunto da un’opera perduta di Democrito; tempo fa leggendo un volume relativo alla storia della gnosi ho scoperto che Democrito scrisse un manuale a carattere tecnico- pratico nel quale insegnava, appunto, l’arte di scavare i pozzi. Non so come e per quale sotterranea via, questo titolo mi sia rimasto in mente, quasi a sedimentarsi, per riaffiorare quando, leggendo un passo della Genesi, mi sono imbattuto nel racconto di Isacco che insegna alle tribù vicine come scavare i pozzi. Il tema della ricerca dell’acqua attraverso pozzi è nella letteratura patriarcale simbolo della ricerca spirituale dell’uomo. Certo il titolo è evocativo, rimanda all’idea che io ho della letteratura. Penso che essa debba scavare quei pozzi che poi un po’ alla volta vengono riempiti dall’acqua delle parole. Credo che la funzione della poesia sia, oggi in maniera più che evidente, quella di raccontare l’uomo ed il suo rapporto con il mondo, come scrive Carlo Bo in un suo fondamentale ed imprescindibile saggio, deve coniugarsi con la vita; è - per dirla con le parole di Luigi Fabio Mastropietro - l’esercizio della speranza attraverso la lingua, anche quando pronuncia la disperazione e l’orrore. Deve mettere in scena l’orrore per prevenirlo. In questo senso e solo in questo senso, la poesia è sempre politica. Perché il poeta senza la polis semplicemente non esiste. Certa poesia modernista minimal-chic tanto in voga in questi ultimi anni ha ridotto la parola ad un vuoto ornamento, spesso ad un gioco di sciarade e calambour, sterile ed autoreferenziale. La parola ha perso la sacralità del logos quella peculiarità che la costringe ad essere sempre se stessa anche quando è altro da sé, che la rende ostia e pane azzimo quando si nutre dell’altro e quando l’altro si nutre di essa. Questo è vero soprattutto oggi, in un periodo di grande confusione, dove tanti scrivono e pubblicano ma pochi leggono, con l’eccezione di ciò che è imposto dai circuiti televisivi e paratelevisivi. Così accade che in un frastuono talmente amplificato la letteratura, la poesia in particolare, abbia smarrito il timbro della voce e sia sempre più arduo riannodare i fili. Basta ascoltare Sergio Zavoli, persona perbene e poeta pluridecorato, affermare che oggi la poesia ha il compito di restituire ai giovani la speranza perduta, in perfetta linea con i melensi gargarismi di tanti assessori alla cultura, sparsi a tutte le latitudini, che sostengono che la poesia debba mirare alla semplicità, alla bellezza ed all’armonia. Scavando pozzi, invece, la poesia restituisce la fanghiglia e l’acqua, la grazia ed il putridume.


  1. Il professor Linguaglossa parla di “solipsismo stilistico”, una sorta di solitudine stilistica (dove ciascuno mette in campo ciò che può: una “ricerca privata dello stile” come tratto distintivo della generazione degli anni dieci” di cosa si è nutrita questa tua ricerca privata dello stile?


La poesia può essere voce e corda tesa, orecchio e silenzio. Figure e cose sottratte. Parlerei piuttosto di ricerche private. Libri che nel corso degli anni si sono stratificati, letti e disossati, voci con le quali ho dialogato, da cui cerco continuamente di criptare la lallazione e l’abisso, la semplicità del dire e l’ineffabile. I mistici medievali, la patristica, Ficino, Pico, Cusano e poi Govoni, Gozzano, Saba, Testori, Luzi. L’elenco sarebbe lungo ma forse l’errore è proprio quello di tentare un elenco. Le voci degli uni finiscono per tracimare in quelle degli altri così da farsi una voce. Certo il debito a Luzi è importante non solo per quel che concerne la sua ricerca di uomo ma anche dal punto di vista stilistico; ad esempio lo slittamento del mio verso di cui parla Giorgio Linguaglossa nell’antologia critica “La nuova poesia modernista italiana” è un lascito luziano.

  1. La “Quarta guerra sannitica”, la guerra che non è mai stata combattuta rappresenta anche l’esilio dalla storia ed induce a riflettere su un altro esilio, quello di chi, pur interno al mondo, vive un esilio consapevole e doloroso in un contesto marginalizzato.


La quarta guerra sannitica è un lavoro ancora in fieri. Lo si può considerare un tentativo più consapevole e lucido di trattare la materia dei Carmina Matris, poemetto pubblicato sul numero zero di AltroVerso. Ho preso spunto dalla vicenda del soldato giapponese che dopo circa quarant’anni venne trovato nella giungla di un’isola del Pacifico e che credeva di essere ancora in guerra contro gli americani. La trasposizione è quella attuale, tutta molisana; m’immagino quel soldato giapponese così simile a chi qui in Molise vive, per motivi diversi, un suo personale esilio, circondato dalle ombre dei romani.

Il soldato sannita ad esempio è colui che uscendo dalla selva dopo un anno di permanenza scopre che nel frattempo la sua città ha perso trentuno posizioni nella classifica annuale effettuata da Legambiente, e si chiede perché il suo centro storico sia stato riaperto al traffico e tornato parcheggio mentre altrove è considerato zona a traffico limitato. Il soldato sannita ritrova le vecchie facce tirate a nuovo, quelle di quattro anni prima, che ora si fanno chiamare alternativa. Rivede i luoghi, scruta con diffidenza le sagome dei pali al vento sopra i crinali. E sgrana la sua litania: Il Biferno non è un fiume e i romani lo sanno bene… gli hanno staccato la spina tolto il respiratore dicono che nel giro di un anno il nemico sarà curato, la guerra non esiste per chi ignora quando si muore.

Così come in Angelica, poemetto in cui la voce torna alla bambina di cinque anni ammazzata dalla sacra corona unita perché sua madre era diventata la moglie del boss, nel tentativo di raccontare il male, l’indicibile male, nella quarta guerra sannitica la voce torna a chi vive con lucida emarginazione l’impossibilità di comunicare in una realtà provinciale straniata e straniante nella quale a volte basta una biro per auto proclamarsi giornalisti e scrittori o una videocamera per essere ritenuti registi. Tutto il resto è arte del disconoscimento, un continuo ricominciare da capo senza che siano mai fissati a terra dei pontili. Sale e creta, creta e sale.

Credo che questa diffidenza, questa cultura del sospetto che spesso fa incarognire anche le menti più lucide ed aperte sia il limite antropologico di questa terra.

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